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Migranti africani: fin'ora solo 6 su 19 hanno trovato lavoro!

LAGNASCO - «Non vogliamo l’elemosina, non siamo qui per chiedere di mangiare, ma vogliamo solo lavorare: se c’è il lavoro, tutti gli altri problemi non esistono»: c’è orgoglio e dignità, ma anche rabbia e tensione crescente tra i 19 migranti africani che da 40 giorni sono ospitati nel campo provvisorio di accoglienza allestito dall’amministrazione comunale tra il cimitero e la "Lagnasco Frutta".


Solo 6 ragazzi hanno trovato lavoro nella raccolta della frutta, nessuno di loro a Lagnasco; la rete di accoglienza funziona, il Comune si fa carico di fornire ogni giorno tre chilogrammi di pane (del giorno precedente) che i migranti ritirano dai due panettieri lagnaschesi, la Caritas (anche con il tramite del volontario lagnaschese Stefano Laugero) fornisce riso e pasta ed altri beni di prima necessità, alcuni lagnaschesi (anche con il "filtro" della locale Protezione Civile) offrono ai ragazzi verdura o altri generi alimentari.


L’assessore Ivo Migliore ed il consigliere comunale Roberto Costamagna si recano quotidianamente al campo facendosi carico di eventuali problemi organizzativi; non mancano le visite degli operatori della rete di accoglienza, del Comitato Antirazzista e delle Forze dell’Ordine. «Stiamo bene, il Comune ci ha aiutati e la gente ha fatto tante cose, ma noi vogliamo solo lavorare» ci dice Abdullah, che è il responsabile del campo, a conferma dell’organizzazione che si è creata; c’è anche un vice responsabile, ci sono i turni per la preparazione dei pasti e la pulizia dei bagni.


Sono ragazzi dai 18 ai 40 anni (ma la maggior parte di loro è tra i 25 ed i 30), provengono da sette diversi Paesi dell’Africa centrale: Liberia, Costa d’Avorio, Mali, Guinea, Senegal, Burkina Faso e Sudan. Hanno lasciato mogli, figli e fidanzate per cercare fortuna nel nostro Paese: qualcuno ha perso il lavoro in fabbriche oppresse dalla crisi, altri fanno da sempre i pendolari del lavoro stagionale, quei lavori che "gli italiani non vogliono più fare", a raccogliere arance, pomodori e uva, tra Rosario, Foggia e Napoli, ed ora anche il saluzzese. Tutti hanno il permesso di soggiorno in regola e possono essere contrattualizzati, hanno con loro i documenti necessari.


«Per agevolare gli ospiti del "campo"- ci dice l’assessore all’agricoltura, Ivo Migliore - il Comune ha fornito ad ognuno un apposito tesserino, che certifica la presenza a Lagnasco». Finora senza troppo successo, se è vero che solo in sei hanno il lavoro e nessuno in paese, dove invece lavorano africani ospitati nei campi di accoglienza del circondario.


Una situazione che inizia a pesare: «Sappiamo che la frutta non va bene, che c’è meno lavoro- dicono a più voci, anche superata la comprensibile diffidenza con il cronista- ma perché, se noi siamo qui, le aziende chiamano a lavorare altri stranieri? Perché quando chiediamo se c’è lavoro, tutti ci dicono che sono già a posto, oppure che ci chiameranno quando avranno bisogno, ma nessuno è ancora venuto qui da noi a cercare lavoratori?».


Il via vai di mezzi agricoli e rimorchi carichi di cassoni, raccoglitori stagionali e autisti di camion che si aggirano di questi tempi a Lagnasco, rende difficile comprendere che, oltre al calo produttivo dovuto al gelo invernale, le aziende qui sono organizzate, che hanno da anni gli stessi braccianti, anche stranieri che giungono appositamente in Italia dalla Polonia o dall’Albania, ma in modo organizzato. Loro temono invece la discriminazione ed il razzismo «Forse non ci vogliono perché siamo africani, per il colore della nostra pelle»; hanno anche assicurato al Sindaco che, se troveranno lavoro, faranno uno strappo alle regole del Ramadan che le impone di non mangiare e non bere durante il giorno. «Siamo abituati al rispetto delle regole della religione musulmana, ma se le aziende temono che senza bere non si possa lavorare nei campi, siamo disposti a farlo, pur di lavorare, siamo qui solo per quello, se c’è lavoro non c’è nessun altro problema».


Un impegno importante per la loro forte religiosità, che li fa ritrovare in preghiera in orari e tempi prestabiliti, anche qui, nelle difficoltà del campo, tra le tende all’ombra (quasi nascosti) del cimitero cristiano. oscar fiore

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