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Batteriosi dell'actinidia - Intervista con Graziano Vittone - responsabile CReSO

Il timore principale è ora il grande freddo, che potrebbe averne compromesso completamente il raccolto, ma è sempre alta l’attenzione sulla batteriosi, la malattia killer che sta distruggendo gli actinidieti in tutto il mondo e che rischia di allargarsi a macchia d’olio anche nel saluzzese. Per questo il lavoro di ricerca procede intenso, ed uno dei punti di coordinamento è a Manta, al Centro Ricerche per la Frutticoltura del CReSO, come ci conferma Graziano Vittone, responsabile della sezione tecnica colturale.


Ci sono novità nella ricerca sulla batteriosi?


«Da quando è iniziata la diffusione del Pseudomonas syringae pv. Actinidiae, conosciuta come batteriosi, tutte le Regioni interessate hanno avviato ricerche e sperimentazioni per scoprire possibili soluzioni al problema. Pur mancando al momento un coordinamento ufficiale a livello nazionale, esiste un collegamento continuo fra tutte le strutture di ricerca, per esser informati costantemente sulle possibili soluzioni e sulla direzione cui tende la ricerca a livello mondiale. Al momento peró purtroppo nessuno fra i ricercatori "veri" ha approntato un rimedio veramente definitivo alla batteriosi. Qualche spiraglio comincia ad intravedersi, c’è una maggior conoscenza sulla biologia del batterio, dei suoi punti deboli, delle condizioni ambientali più favorevoli e delle specie di actinidia più sensibili».


Come si sta muovendo il CReSO?


«La nostra azione è congiunta strettamente a quella del Servizio Fitosanitario Regionale e dell’Istituto di Patologia dell’Università di Torino anche nell’ambito di un progetto parzialmente finanziato dalla Regione e dalla Fondazione CRT.Questa attività si basa su una valutazione preliminare all’azione di contrasto che certi prodotti potrebbero svolgere nei confronti del batterio artificialmente inoculato su piante allevate in serra. Da questo primo screening si passa alle verifiche in campo dei prodotti più efficaci, su piante di un anno messe a dimora la primavera precedente in una zona a elevato rischio d’infezione».


Di quale tipologia di prodotti si tratta?


«I prodotti che potenzialmente sarebbero in grado di agire preventivamente nei confronti del batterio, appena entra in contatto con la pianta, si possono raggruppare in quattro gruppi: ad azione battericida, igienizzanti, contenenti microrganismi antagonisti ed induttori di resistenza. Quelli del primo gruppo, che dovrebbero svolgere un’azione diretta sul batterio come confermano le prove in laboratorio, in pieno campo non sono così efficaci. Gli antibiotici, il cui uso è in quasi tutta l’Europa vietato, com’è successo in passato in Corea si dimostrano ben presto inefficaci, mentre il rame, utilizzabile a piene dosi solo in autunno e ad inizio primavera, nel corso della stagione va impiegato con estrema prudenza. I prodotti igienizzanti svolgono un’attività battericida, ma di breve durata, per cui la pianta non tollera frequenti applicazioni, quelli con microrganismi non hanno ancora dato nessun risultato certo in campo. Di un certo interesse, per prevenzione, sono invece i prodotti induttori di resistenza: dovrebbero "preparare" in anticipo la pianta agli attacchi del batterio attraverso la produzione di sostanze di difesa».


Esistono prodotti efficaci sul mercato?


«Le proposte sono numerose e devono essere attentamente valutate. Si è creato un clima di comprensibile aspettativa tra i produttori dalle soluzioni presentate dal mondo commerciale, rappresentato non da veri ricercatori, ma sovente da veri commerciali con scarse o nulle basi scientifiche. L’ultimo in ordine di tempo è un prodotto disinfettante scozzese di cui si è recentemente parlato anche su queste pagine, che nulla aggiunge a quanto già si sapeva rispetto ad altri prodotti simili».


Nulla è quindi ancora in grado di guarire la malattia?


«L’attività vascolare di questo batterio rende decisamente più complessa ogni azione di controllo e di previsione del grado d’infezione in cui si trova la pianta. Abbiamo saggiato diversi prodotti, ma i risultati su piante infette sono risultati negativi. Come in tutte la patologie gravi si raccomanda la via preventiva utilizzando i prodotti che dalle prove risulteranno più efficaci sulle piante non ancora infette».


Le recenti gelate potranno incidere sulla diffusione della malattia?


«É assodato che le principali vie di penetrazione del batterio sono rappresentate dalle ferite da potatura, dalla grandine e dal gelo; in quest’ultimo caso le spaccature della corteccia o anche solo microlesioni originate da accentuati abbassamenti termici, come quelli dei giorni scorsi, costituiscono nuove vie d’accesso per il batterio».


Cosa vi aspettate alla ripresa vegetativa? Le zone colpite si allargheranno a vista d’occhio?


«É molto difficile fare previsioni: la forte grandinata del luglio scorso già aveva creato le condizioni per la diffusione della batteriosi; l’estate e l’autunno eccezionalmente asciutti e miti sono invece condizioni che l’avrebbero frenata. La recente ondata di gelo ha rimesso tutto in gioco e quindi non possiamo nutrire troppo ottimismo».


Quali consigli si sente di dare ai frutticoltori?


«Di non dimenticare che al momento non esistono cure, ma solo la prevenzione. Ció significa che vanno adottati comportamenti prudenti: a cominciare dai nuovi impianti, per i quali è stato rimosso il divieto, ma da fare con estrema cautela, perché non esistono garanzie e certificazioni. Gli impianti colpiti vanno invece completamente estirpati, in casi meno gravi vanno estirpate le singole piante infette, mentre gli impianti ancora indenni vanno continuamente monitorati, devono essere usati prodotti induttori di resistenza ed evitata la contaminazione esterna con altre piante o polline. Se così non sarà, la batteriosi rischia di decimare in poco tempo uno dei prodotti di punta della nostra economia agricola».

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