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Agricoltura: il punto sulla batteriosi - Convegno “Il melo competitività e opportunità per il Piemonte; tradurre la ricerca in innovazione”

La certezza è che nell’attuale impossibilità di annientarla, si debba far di tutto per prevenirla, con la percezione che il comparto debba in qualche modo conviverci, come in altre parti del mondo, con maggiori costi e minori garanzie di resa. Questa la situazione sulla batteriosi del kiwi, il virus killer per le piante di actinidia (senza alcuna conseguenza sui frutti, finché la pianta non muore), che sta mettendo in ginocchio il settore a livello mondiale.


Il Piemonte non è da meno la comparsa del virus risale a tre anni fa; la prima reazione, grazie anche alla presenza attiva di un efficiente servizio tecnico coordinato dal CReSO, dell’attività del Servizio Fitosanitario Regionale e della sensibilità dell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Piemonte (con lo stanziamento di importanti contributi per l’estirpo, complessivamente oltre 4 milioni di euro) fu quella di tentare di arginare il diffondersi della malattia, con estirpi immediati e particolari accorgimenti nell’esecuzione degli stessi. Ben presto ci si rese peró conto che il rapido diffondersi della malattia, con gli estirpi (che hanno interessato una superficie di oltre 700 ettari) poteva essere soltanto arginato, proseguendo nella ricerca (a livello locale il CReSO, che collabora e si confronta con Università e Centri Ricerca di tutto il mondo) e mettendo in atto numerose precauzioni nella gestione degli actinidieti.


«La ripresa vegetativa dell’actinidia alla fine dello scorso inverno-commenta il direttore del CReSO, Silvio Pellegrino - è stata caratterizzata dalla comparsa dei tipici sintomi della PSA con presenza di essudati e cancri com’era avvenuto nel 2011, pur provenendo da un’annata, come il 2012, con pochi sintomi, in particolare di maculature fogliari. Ció starebbe a dimostrare quanto sia poco significativa la presenza di sintomi sulle foglie quale indicatore del successo nel contenimento del batterio. Quest’anno, dopo un periodo estivo relativamente poco favorevole alla diffusione del batterio, le piogge della prima decade di ottobre, avvenute con temperature ottimali per la moltiplicazione del patogeno, hanno determinato la sua riattivazione mediante la produzione di nuovi aloni attorno alle macule di vecchie foglie».


È dunque fondamentale, come illustrato in un’apposita circolare diramata agli addetti ai lavori dal CReSO e dal Servizio Fitosanitario, "aumentare gli sforzi affinché i prodotti preventivi si dislochino proprio ora nelle parti più importanti di penetrazione del batterio quali i peduncoli dei frutti, le cicatrici fogliari, le lenticelle e le microlesioni alla diramazione dei cordoni, perché proprio lì inizia ad annidarsi ora il batterio, per poi causare le necrosi estese di fine inverno quando la pianta non ha ancora riattivato le sue difese".


Uno dei periodi più "delicati" sarebbe, ad esempio, quello attuale della caduta delle foglie: dal CReSO, che ha effettuato esperimenti in tal senso, giunge quindi l’invito ad utilizzare prodotti a base di fosforo e potassio (non essendo possibile, in questo frangente, l’utilizzo di quelli rameici) per ridurre, e quindi velocizzare, il periodo a rischio di caduta delle foglie.


Altra operazione delicata, come già rilevato in passato per le "ferite aperte" provocate dai tagli, da cui il virus puó entrare, sarà la prossima fase di potatura. Anche in questo caso, dal CReSO arrivano alcuni consigli: «È importante iniziare la potatura appena possibile dagli appezzamenti e nelle parti ancora indenni - commenta Graziano Vittone, responsabile della sezione tecnica del CReSO - e disinfettare le superfici dei grossi tagli con prodotti ricoprenti, oltre ad adottare le ormai note pratiche di disinfezione degli strumenti di taglio. È importante evitare le giornate con più elevata umidità ed effettuare la bruciatura dei rami per eliminare il batterio presente nelle branche colpite. Al termine delle operazioni di potatura è buona norma intervenire con un prodotto rameico distribuito con l’atomizzatore su tutta la pianta, per creare una copertura su tutte le superfici di taglio».


Per ovvie motivazioni, sono pochi i nuovi impianti messi a dimora, nonostante la cessazione, sui primi estirpi beneficiari del contributo, del divieto regionale. «Sarebbe imprudente procedere all’impianto di un nuovo actinidieto, non disponendo attualmente di varietà resistenti al batterio- commentano ancora dal CReSO - il rischio è inferiore in quelle aree dove non è stata segnalata o è limitata la presenza d’infezione; in questo caso va peró posta la massima attenzione nella scelta del materiale vivaistico».


Nel dicembre dello scorso anno, proprio per la problematica batteriosi, l’Unione Europea ha normato lo spostamento di materiale vivaistico, imponendo il certificato fitosanitario per il materiale prodotto al di fuori dell’Unione e il Passaporto delle Piante per quello prodotto e circolante entro i confini europei.


 


Con la pesca che soffre della crisi europea dei consumi e l’actinidia ostaggio della batteriosi, i frutticoltori piemontesi guardano al melo con giustificata attenzione. L’ambiente pedemontano è infatti tra i più vocati in Europa e l’esportazione è rivolta a mercati "oltremare", tutt’altro che in crisi.


L’aumento delle superfici è già ben visibile, pur trattandosi di decisioni impegnative sotto il profilo dei costi (40 mila euro per ettaro) e della durata. Per guidare questa tendenza e fornire il più aggiornato supporto informativo, il CReSO organizza, per venerdì 29 novembre dalle 8,30 presso il Centro Ricerche per la frutticoltura di Manta, il convegno "Il melo competitività e opportunità per il Piemonte; tradurre la ricerca in innovazione".


Nel corso della mattinata di studio, rivolta agli addetti ai lavori, si parlerà di innovazione varietale, struttura architettonica dei meleti e nuove tecniche colturali, di una produzione che nella nostra Regione supera le 140 mila tonnellate su una superficie di 5200 ettari.  

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